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Signore mio e Dio mio, sotto lo sguardo amoroso di nostra Madre, ci disponiamo ad accompagnarti per la via del dolore che è stata il prezzo del nostro riscatto.

Testi di San Josemaría Escrivá L’Orazione di Gesù

Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: Tutti ti cercano! (Mc 1, 35-37).

In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli (Lc 6, 12-13).

«È molto importante osservare il comportamento del Messia, perché Egli è venuto a mostrarci la via che conduce al Padre. Assieme a lui scopriremo come è possibile dare rilievo soprannaturale alle attività in apparenza più insignificanti; impareremo a vivere ogni istante con vibrazione d’eternità e comprenderemo con crescente profondità che la creatura ha bisogno di momenti di colloquio intimo con Dio, per stagli vicino, per invocarlo, per lodarlo, per prorompere in rendimento di grazie, per ascoltarlo o, semplicemente, per stare con lui.

Già da molti anni, nel considerare il modo di agire del Signore, sono giunto alla conclusione che l’apostolato, quale che sia, è il traboccare della vita interiore. Mi sembra pertanto così naturale, e così soprannaturale, quel punto del vangelo che narra come Gesù decise di scegliere definitivamente i primi dodici.

S. Luca racconta che prima trascorse tutta la notte in orazione.

Osservatelo anche a Betania, quando si accinge a risuscitare Lazzaro, dopo aver pianto per l’amico; alza gli occhi al cielo ed esclama: Ti ringrazio, Padre, di avermi ascoltato. Il suo insegnamento preciso è stato questo: se vogliamo aiutare gli altri, se desideriamo veramente spingerli a scoprire il senso autentico del loro destino sulla terra, è necessario porre come fondamento la preghiera.

Sono tante le scene in cui Gesù parla con il Padre, che adesso è impossibile ricordarle tutte. Penso però che non possiamo tralasciare di considerare i momenti, così intensi, che precedono la sua Passione e la sua Morte, quando il Signore si prepara a consumare il sacrificio che ci restituirà l’Amore divino. Nell’intimità del cenacolo, il suo Cuore trabocca: rivolge al Padre la sua supplica, annuncia la discesa dello Spirito Santo, incoraggia i suoi ad un continuo fervore di carità e di fede.

Questo ardente raccoglimento del Redentore continua poi nel Getsemani, quando avverte ormai imminente la sua Passione, quando sente che le umiliazioni e le sofferenze si avvicinano, che è l’ora della croce, il duro patibolo dei malfattori, che Egli ha desiderato ardentemente. Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. E subito: Però non sia fatta la mia volontà, ma la tua. Più tardi, inchiodato alla croce, solo, con le braccia aperte in gesto di sacerdote eterno, prosegue il suo dialogo con il Padre: Nelle tue mani rimetto il mio spirito».

Amici di Dio, 239-240

Questa settimana, tradizionalmente chiamata santa dal popolo cristiano, ci offre ancora una volta l’occasione di considerare di rivivere  i momenti conclusivi della vita di Gesù. Tutti gli avvenimenti che le diverse espressioni della pietà richiamano in questi giorni alla memoria hanno come traguardo la Risurrezione che è il fondamento della nostra fede, come scrive san Paolo. Tuttavia non dobbiamo dirigerci troppo in fretta verso questa mèta; non dimentichiamo una verità elementare, ma che tanto spesso ci sfugge: noi non potremo partecipare alla Risurrezione del Signore se non ci uniamo alla sua Passione e alla sua Morte. Per essere con Cristo nella sua gloria, bisogna che prima aderiamo al suo olocausto per sentirci una sola cosa con Lui, morto sul Calvario.

La generosa dedizione di Cristo si scontra con il peccato, realtà dura da accettare, eppure innegabile: il mysterium iniquitatis, l’incomprensibile malvagità della creatura che per superbia si rivolta contro Dio. La storia è antica quanto l’umanità stessa: ricordiamo la caduta dei nostri progenitori, poi la catena di depravazioni che scandisce l’itinerario degli uomini nella storia, e infine le nostre ribellioni personali.

Non è facile arrivare a cogliere tutta la perversità del peccato e comprendere ciò che ne dice la fede. Eppure, anche nelle cose umane, la gravità dell’offesa si misura dalla condizione dell’offeso, dal suo valore personale, dalla sua dignità sociale, dalle sue qualità. E l’uomo offende Dio: la creatura rinnega il Creatore.

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