Willy, parla il testimone: “Gabriele Bianchi gli ha dato un calcio, poi un pugno in testa”

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Willy, parla il testimone

Un testimone racconta come è stato ucciso Willy. «È sceso per primo Gabriele e ha sferrato un calcio a Willy, ce l’ho ancora impresso nella mente, Willy ha provato a rialzarsi, ma purtroppo prende un’altra botta ed è andato giù, con un cazzotto alla tempia, perché è stato un cazzotto alla tempia a mandarlo giù». Sono queste le parole dette da un giovane a FanPage, ha chiesto di rimanere anonimo, ricostruisce perfettamente quello che è accaduto.

Il teste ha spiegato, la rissa sarebbe stata innescata da Francesco Belleggia, quando sono arrivati i fratelli Bianchi la situazione  si è degenerata. Il giovane ha fornito molti dettagli importanti ai fini delle indagini, raccontando che l’aggressione si è svolta in pochissimi secondi, forse al massimo un minuto,mentre l’ambulanza è arrivata circa 30 minuti dopo, mentre Willy si trovava steso a terra in gravi condizioni.

La tragedia avrebbe avuto inizio per un apprezzamento ad una ragazza, Belleggia ha sferrato un pugno a uno dei presenti, ma quel gesto non è piaciuto hai ragazzi che hanno iniziato a cercarlo, a quel punto Belleggia avrebbe chiesto aiuto hai fratelli Bianchi, purtroppo da quel momento la situazione è pesantemente degenerata.

Willy si è avvicinato ad un suo amico per capire cosa stesse succedendo, ma è stato immediatamente aggredito, senza nemmeno che il ragazzo potesse spiegare a Willy cosa stava succedendo. Il teste ha aggiunto: «Sono scesi dal Suv con l’intenzione di picchiare chiunque avessero trovato sotto mano. Dopo aver picchiato Willy hanno cominciato a picchiare tutti. Lo stesso Pincarelli prima del loro arrivo non aveva fatto niente, poi, sapendo di avere le spalle protette, ha cominciato anche lui a picchiare tutti».

Il ragazzo inoltre ha  raccontato del ritardo dei soccorsi; l’ambulanza è arrivata dopo 30 minuti, al punto che lui insieme ad un’altro amico si è dovuto recare al pronto soccorso per sollecitare l’intervento: «l’unica cosa che hanno fatto è chiamare la sicurezza dell’ospedale per farci uscire. Non vedendo arrivare nessuno abbiamo insistito, anche magari con un modo esagerato, perché sicuramente non stavamo in noi stessi».

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